Esselunga: "Non vendiamo". Dagli eredi di Caprotti lo stop ai cinesi

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Si parla di Mercatone Uno, che si trova in amministrazione controllata e che ha finalmente ricevuto offerte d'acquisto, e di Esselunga, che piace a un fondo cinese, ma che dopo la scomparsa del fondatore Bernardo Caprotti vede la famiglia divisa sul da farsi. Lo ha scritto ieri Repubblica, precisando che l'offerta non sarebbe stata sollecitata. Però, era stata la precisazione di Coen, "non ci sarà spezzatino". "In relazione ai recenti articoli di stampa desideriamo precisare a tutti voi che l'azienda non è in vendita", è il testo della mail inviato ai propri dipendenti dalla presidente onoraria e dalla vice-presidente, che hanno in mano il 70% del capitale.

L'azienda, fondata da Bernardo Caprotti, era entrata nel mirino dei cinesi di Yda Investment Group.

Giuliana Albera e Marina Caprotti, moglie e figlia dell'imprenditore che ha creato l'impero Esselunga, hanno chiarito con una nota ufficiale che il gruppo non si muove dalle loro mani.

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Gioca nello stretto, con passaggi brevissimi. "Per tutti c'è un'età ovviamente, un tempo per arrivare e un tempo per andare". "La cosa più importante è essere arrivati secondi e aver conquistato l'accesso diretto alla Champions League".

Attraverso i suoi legali, il gruppo cinese avrebbe fatto pervenire a tutti gli azionisti un'offerta a nove zeri, sotto forma di manifestazione d'interesse vincolante subordinata ad una due diligence. Una proposta economica ben superiore rispetto alla valutazione della società italiana, fatta ancora prima della morte di Caprotti da Blackstone e Cvc, che stimavano Esselunga per una cifra compresa fra i 4 e i 6 miliardi di euro.

Nonostante le linea guida di Caprotti, che nel suo testamento ha chiesto agli eredi di vendere Esselunga ad un'azienda internazionale ma mai a una Coop, Marina - che è tornata a vivere a Milano da Londra - e la madre Giuliana Albera sembrerebbero essere sempre più intenzionate a tenere la direzione del gruppo. "Ahold sarebbe ideale. Mercadona no".

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