Amnesty international ritira premio diritti umani ad Aung San Suu Kyi

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Dopo nove anni la leader birmana Aung San Suu Kyi, simbolo della lotta per i diritti civili nel suo paese, non sarà più "Ambasciatore della coscienza", premio che le era stato conferito nel 2009 da Amnesty International. Naidoo ha fatto poi riferimento alla palese indifferenza della leader birmana di fronte alle atrocità commesse dall'esercito e alla crescente intolleranza rispetto alla libertà di espressione. "Oggi siamo costernati di dover constatare come lei non rappresenti più un simbolo di speranza, coraggio e dell'instancabile difesa dei diritti umani". Il Nobel invece non può esserle ritirato perché il regolamento non lo prevede, come ha più volte ribadito Olav Njølstad, storico norvegese alla presidenza del comitato che assegna il premio. Le violenze commesse dai soldati birmani sono state enormi: uccisioni indiscriminate, incendi di interi villaggi e stupri diffusi e sistematici. Oltre 720.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh. L'ha affermato il vicepresidente Usa Mike Pence alla leader di fatto dell'ex Birmania, Aung San Suu Kyi oggi a margine del summit ASEAN. "L'amministrazione guidata da Aung San Suu Kyi - è detto ancora nell'atto di accusa di Amnesty - ha attivamente rinfocolato l'ostilità verso i rohingya, definendoli "terroristi", accusandoli di aver bruciato essi stessi le loro case e parlando di "falsi stupri". Contemporaneamente, la stampa governativa pubblicava articoli violenti e disumanizzanti definendo i rohingya come "pulci umane da detestare" e un "tormento" di cui liberarsi.

"L'incapacità di Aung San Suu Kyi di parlare a nome dei Rohingya è uno dei motivi per cui non possiamo più giustificare il suo status di Ambasciatrice della Coscienza", ha detto Kumi Naidoo. "Abbiamo ripetutamente criticato Aung San Suu Kyi e il suo governo per non aver preso la parola nei confronti delle atrocità commesse dai militari contro la popolazione rohingya dello stato di Rakhine, nel nord di Myanmar, che vive da anni sotto un sistema di segregazione e discriminazione equivalente all'apartheid" ha aggiunto il responsabile di Amnesty.

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Nonostante il potere sia saldamente nelle mani dell'esercito, vi sono ambiti nei quali il governo civile ha un'ampia autorità per adottare riforme destinate a migliorare la situazione dei diritti umani, specialmente nel campo della libertà d'espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. L'amministrazione di Aung San Suu Kyi non ha abrogato leggi repressive, comprese alcune delle leggi utilizzate per detenere lei e altri attivisti per la democrazia e i diritti umani. Non solo: Aung San Suu Kyi ha attivamente difeso l'uso di quelle leggi, come nel caso della loro applicazione per condannare due giornalisti della Reuters che avevano documentato un massacro commesso dai militari.

Le immagini di centinaia di famiglie, con bambini, costrette ad attraversare fiumi in condizioni disperate, hanno fatto il giro di tutto il mondo, e il silenzio assordante di San Suu Kyi ha creato imbarazzo e delusione. All'epoca era detenuta agli arresti domiciliari, dai quali è stata rilasciata esattamente otto anni fa.

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